Aprire una filiale a Dubai

Società a Dubai: aprire una filiale o una newco?

Svolte le opportune fasi di ispezione e analisi costi/benefici, uno dei primi passi da poter percorrere quando si approccia un nuovo territorio è quello di avviare un Ufficio di Rappresentanza. In questo caso l’azienda investe sul nuovo mercato senza acquisire una vera soggettività tributaria; è una soluzione che richiede risorse e investimenti nettamente inferiori se comparati ad una stabile organizzazione e consente di svolgere attività promozionali, analisi di mercato, ricerca di clienti/fornitori e raccolta d’informazioni preziose.

La succursale è l’evoluzione di un ufficio di rappresentanza. Si tratta a tutti gli effetti di stabile organizzazione, che esercita attività analoga a quella dell’azienda madre, ma è un centro autonomo di costi e ricavi. Questa struttura pur avendo un’autonomia economica e commerciale, non ha però autonomia giuridica rispetto alla casa madre: gli effetti economici attivi e passivi della succursale fanno parte dei risultati della società di appartenenza. Il bilancio della succursale estera solitamente è integrato nel bilancio dell’azienda madre e le perdite realizzate sono portate in deduzione del reddito imponibile nello Stato italiano e per questo immediatamente recuperate, il che è vantaggioso specialmente nei primi tempi, quando le perdite tendono a essere spesso molto alte.

Si definisce filiale una società controllata da una capogruppo, con autonomia anche giuridica (oltre che economica e commerciali), ma legata alla sede principale da rapporti di azionariato. Questa avrà un proprio statuto e propri organi sociali quindi, a tutti gli effetti, sarà un soggetto fiscale autonomo. Dovrà essere costituita in forma di società di capitali e controllata da altra società che potrà essere o di capitali o di persone.

Spesso per ragioni tipiche del mercato ospitante, è opportuno operare attraverso accordi di lungo periodo tramite, ad esempio, acquisizioni o joint-ventures (JV).

Ma quale di queste soluzione adottare quando si vuole entrare nel mercato di Dubai e degli Emirati Arabi? Ovviamente non esiste una risposta univoca, e ciascun caso andrebbe analizzato singolarmente. Ma in linea di massima il regime fiscale agevolato degli Emirati Arabi potrebbe suggerire una soluzione alternativa, cioè quella di creare una newCo, una società completamente indipendente dalle altre società ed eventualmente stipulare joint venture tra la casa madre/la società esistente la nuova società. Soprattutto quando tale società viene costituita nelle Free Zone che prevedono una serie di agevolazioni, tipo nessun partner locale, nessun obbligo di presentazione dei registri contabili, esenzione fiscale totale, ecc..

Sarebbe come avere un vero e proprio ufficio di rappresentanza “di fatto”, salvo poi gestire commesse e appalti con la casa madre. Certo non sempre questo è possibile, soprattutto quando si rende necessario avere sul territorio una società a tutti gli effetti e con determinati requisiti (certificazioni ad esempio) già acquisite dalla casa madre e non semplicemente replicabili. Un’azienda certificata ISO – ad esempio – potrebbe dover aprire una vera e propria filiale fuori dalle Free Zone per ereditare le certificazioni e poter lavorare con il territorio.

Tasse a Dubai e negli Emirati Arabi

Tasse a Dubai

Dubai e gli Emirati Arabi sono spesso associati all’idea di ‘paradiso fiscale’; tutti pensano: le tasse a Dubai non si pagano; ma è veramente così?

Attualmente il governo di Dubai ha confermato che le sole filiali di banche internazionali e le società che lavorano nell’industria petrolchimica sono soggette a imposte: in particolare le banche estere sono tenute a pagare il 20% sul loro reddito mentre per le società petrolifere la percentuale sale fino al 55% a Dubai (50% nel resto degli Emirati), oltre a dover pagare varie tipo di royalties.

A parte queste, non sono previste imposte sulle plusvalenze, sul capitale e sui dividendi fra soci e di fatto non esiste una legislazione sulle tasse.

Questo non significa però che non ci siano costi da sostenere: per poter avere una propria impresa negli Emirati Arabi è necessario pagare un costo di licenza annuale (dipendente dal tipo di attività).

Inoltre mentre nelle Free Zone è possibile mantenere il 100% di proprietà straniera, in “main-land” è necessario avere un socio locale (di passaporto emiratino) al 51% che avrà comunque diritto ad un profitto (fisso o variabile a seconda degli accordi diretti); quindi pur non essendo una tassa, si ha un costo obbligatorio aggiuntivo.

Inoltre non ci dimentichiamo che se la società ha bisogno di visti residenti (per l’imprenditore, per i dipendenti, per le famiglie, ecc), c’è bisogno di affrontare altri costi, come il nuovo EChannel (una sorta di registrazione dell’azienda per poter rilasciare l’Immigration Card necessaria per emettere i visti) oltre il costo dei visti stessi, dei depositi cauzionali eventualmente richiesti, ecc… 

dazi doganali possono essere molto bassi e/o esclusi per determinate categorie di prodotti (per esempio, in caso di importazione di materiali da utilizzare per la produzione di beni da riesportare). Ma attenzione…in altri casi arrivano al 100% del valore del prodotto (bevande alcoliche, energy drink, tabacco).

Dal 1° gennaio 2018 gli Emirati Arabi hanno deciso di introdurre l’IVA visto le possibili ripercussioni economiche future per l’inevitabile fine del petrolio: si tratta ovviamente di un enorme cambiamento nel panorama economico e finanziario. L’imposta è fissata al 5% ma saranno esenti prodotti alimentari di base, istruzione e assistenza sanitaria.

Ma allora conviene aprire una società a Dubai? O potrebbe valere la pena valutare nuovi paesi, magari vicini? Senza scomodare puri paradisi fiscali, abbiamo indagato cosa accade su alcuni Paesi vicini sempre nel GCC (in particolare Qatar e Arabia Saudita): oltre ai costi di costituzione delle società, dell’eventuale capitale sociale da versare, dell’ufficio obbligatorio si deve anche pagare tra il 10% e il 20% di tasse su tutto quello che non è generato con l’estero. E se anche tutto il generato è estero, c’è bisogno di un revisore dei conti abilitato che certifichi il tutto.

Quindi, per concludere, resta inevitabile pensare che ancora oggi alcune soluzioni in Free Zone rimangono le più economiche viste le numerose facilitazioni (dall’obbligo di visto all’ufficio fisico, i registri contabili, e il capitale sociale da versare).

Studio di fattibilita per apertura societa a Dubai

Studio di fattibilità

Aprire una sede a Dubai o negli Emirati Arabi, internazionalizzare la propria attività comporta un notevole impegno di risorse: tempo, capitale, spostamenti, riunioni. L’analisi o studio di fattibilità di un progetto normalmente precede la fase di avvio di un progetto dovendone valutare le motivazioni, le opportunità, i rischi, le risorse necessarie e i tempi di realizzazione.

Lo studio preliminare delle condizioni interne d’impresa ed esterne di mercato rappresenta una fase nevralgica del progetto di internazionalizzazione.

L’analisi di fattibilità di un progetto viene svolta a partire da dati e stime a livello macro in modo da non impegnare eccessivo tempo e risorse e l’impostazione dello studio è basata su una struttura di base indipendente dal tipo di progetto. L’analisi del mercato di riferimento punta a realizzare un documento avente la seguente articolazione:

  1. Precisazione dell’ambito di progetto (Scope). Questa sezione ha la finalità di definire i bisogni del cliente e le motivazioni da cui nasce.
  2. Introduzione al territorio. Per meglio entrare in ottiche cui l’imprenditore che internazionalizza per la prima volta / che approccia per la prima volta gli Emirati Arabi potrebbe non essere abituato.
  3. Macro-requisiti. Questa sezione precisa le caratteristiche e i requisiti (funzionali, tecnici e qualitativi) di alto livello che ciascun deliverable dovrebbe soddisfare per poter essere implementato.
  4. Strategia. Questa sezione definisce l’approccio che si intende adottare per sviluppare il progetto e soddisfare i requisiti previsti. Delinea i processi che si intendono adottare, gli standard di qualità e di produzione.
  5. Stime di massima. In questa si daranno delle stime sui macro-valori economici in gioco.
  6. Possibili strategie alternative. Magari per iniziare ad approcciare il mercato in maniera più cauta, pur restando nello stesso ambito.
  7. Conclusioni.